Il virus del salafismo in Austria

Il virus del salafismo violento scuote anche l’Austria appena uscita dalle dure elezioni presidenziali del 2016 che hanno spaccato in due il Paese e che hanno portato alla vittoria di Alexander Van der Bellen. A Vienna e a Graz alle prime luci dell’alba di giovedì 26 gennaio sono state perquisite moschee, associazioni e appartamenti dove gli inquirenti hanno trovato le prove dell’esistenza di una cellula salafita attiva in tutto il Paese.

La rete del terrore ramificata in Austria fa riferimento al predicatore serbo Mirsad Omerovic, alias Ebu Tejma, che dal luglio del 2016 sconta una condanna a 20 anni di carcere per sostegno allo Stato Islamico e ad altri gruppi jihadisti e per essere stato il mandante di un omicidio.
Tra gli 11 arrestati di nazionalità macedone, bulgara e bosniaca, spicca il fermo – che era già stato effettuato nella notte di venerdi 20 gennaio – di Lorenz K., adolescente austriaco di 17 anni. Il ragazzo ha ammesso di essere stato sedotto dai sermoni di Omerovic, il quale è ritenuto responsabile anche di aver radicalizzato le due giovani ragazze di origine bosniaca – Samra Kesinovic di 17 anni e Sabina Selimovic di 15 – che si nell’aprile del 2014 si erano unite ai combattenti dello Stato Islamico in Siria. Le due adolescenti dapprima erano diventate le “testimonial ideali” per la propaganda del gruppo di Al Baghdadi per poi essere barbaramente uccise nel momento in cui avevano tentato di fuggire.

Il predicatore serbo Mirsad Omerovic, alias Ebu Tejma

Negli ultimi tre anni 270 austriaci, per larga parte di origine cecena, sono andati a combattere in Siria e in Iraq sotto le molteplici bandiere dell’estremismo islamico. La comunità cecena è abbastanza numerosa in Austria. Sono infatti circa 30.000 i ceceni che vivono nel Paese e che sono molto esposti al fenomeno della radicalizzazione. Fin dall’inizio degli anni Novanta, la magistratura austrica indaga su questa comunità all’interno della quale va detto che non mancano le iniziative per tenere lontani i giovani dalla jihad, come ad esempio l’apertura di scuole di arti marziali.

Il reclutamento punta prevalentemente su giovani uomini provenienti dalle regioni caucasiche con regolare permesso di soggiorno in Austria. Ma i predicatori del male guardano con interesse anche ai giovani austriaci di famiglie provenienti dal Sud-Est Europa e dai Balcani occidentali. Per chi decide di partire per la lotta armata in Siria e in altri Paesi medio-orientali, la Bosnia-Herzegovina è il luogo ideale dove apprendere le tecniche militari e dove essere indottrinati ulteriormente fino a essere trasformati in perfette macchine di morte.

L’Islamgesetz in Austria

L’Austria, seconda solo al Belgio per il numero di foreign fighters, nel febbraio del 2015 ha varato l’Islamgesetz, una sorta di upgrade della legge del 1912 che regola – almeno nelle intenzioni – i rapporti tra l’Islam e la comunità austriaca.
Il testo, che piace molto alla CDU (Unione Cristiano-Democratica) della cancelliera Angela Merkel, è contestato sia dagli islamisti che dall’estrema destra austriaca per differenti motivi. Esso, infatti, riconosce maggiori diritti ma fissa anche molti doveri per i musulmani che vivono nel Paese.

In primo luogo, viene sancito che le leggi dello Stato austriaco prevalgono sulla Sharia (legge islamica), il che non viene affatto condiviso dagli islamisti. Inoltre, viene introdotto il divieto di finanziamenti dall’estero per le istituzioni religiose islamiche. Anche questo è rappresenta un altro motivo di grande contestazione da parte della comunità islamica, visto che solo la Turchia attraverso il suo Dyanet (Ministero del Culto) finanzia 60 imam che con l’entrata in vigore dell’Islamgesetz dovranno essere necessariamente formati in Austria e tenere le loro prediche obbligatoriamente in tedesco.

Via libera, invece, per la “cura spirituale” nell’esercito, in carcere e negli ospedali e alla costruzione di regolari cimiteri. All’Università di Vienna è stato inoltre aumentato di sei unità il corpo docente che insegna la religione musulmana. Anche per questo Fuat Sanac, presidente della IGGiÖ (Islamische Glaubensgemeinschaft in Österreich), la più grande organizzazione islamica del Paese, è stato “invitato” a dimettersi dopo cinque anni di presidenza perché accusato dal governo islamista di Ankara di “aver aiutato il governo austriaco a redigere l’Islamgesetz”.

Al suo posto è stato imposto Ibrahim Olgun, 28 anni, giovane teologo islamico, austriaco di origine turca, già membro di ATIB (Unione turco-islamica per la cultura e la cooperazione sociale in Austria). Anche questa associazione è finanziata dalla Turchia, che ha annunciato più volte che si appellerà alla Corte costituzionale austriaca per annullare gli effetti dell’Islamgesetz. Se avesse successo alla poltrona di presidente della IGGiÖ, Olgun coglierebbe così almeno due risultati: rendere nulla la legge sull’Islam e diventare il punto di riferimento di tutti i musulmani austriaci. Non è certo poco.

Come detto, la legge sull’Islam non piace pubblicamente nemmeno all’estrema destra del FPÖ (Partito per la Libertà) del candidato presidenziale Norbert Hofer, sconfitto alla replica delle presidenziali del 4 dicembre 2016 da Van der Bellen. Con lo slogan “Islam uguale Islamismo”, l’FPÖ ha criticato tutto l’impianto legislativo, in particolare la mancanza del divieto di costruzione di minareti – come fatto in Svizzera con il referendum popolare del 2005 – e quello di indossare il burka. Di certo, in privato i dirigenti nazionalisti austriaci probabilmente gongolano perché il tema è perfetto per le campagne xenofobe e razziste con le quali il loro partito vede aumentare di continuo i consensi a suo favore e che lo hanno portato a sfiorare la presidenza della Repubblica.

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