Arresti nella moschea An’Nur: il “febbraio nero” della Svizzera

Il febbraio del 2017 sarà ricordato come il “black month” per la Svizzera e il Canton Ticino in tema di sicurezza e contrasto all’Islam radicale. Il blitz del 21 febbraio scorso alla moschea An’Nur di Winterthur ha riportato alla luce il problema dei luoghi di culto legati ad ambienti estremisti nella Confederazione Elvetica. L’operazione ha portato all’arresto di otto persone, tra le quali anche un minorenne di 17 anni, accusate di aggressione, sequestro di persona, minacce, coazione e lesioni personali nei confronti di due fedeli. I due malcapitati sono stati aggrediti perché sospettati di aver passato informazioni sul luogo di culto a un giornalista.

L’inchiesta si annuncia molto impegnativa visto il clima di pesante omertà che regna in luoghi come la moschea An’Nur di Winterthur e richiederà di sicuro molto tempo così come non sono esclusi ulteriori arresti e sviluppi.

Ancora più clamorosa è l’operazione che ha visto impegnati sul campo 100 agenti della Polizia Federale, Cantonale e dei servizi segreti svizzeri in Canton Ticino al termine della quale Ümit Yuce, cittadino svizzero-turco di 32 anni, è stato arrestato dalla Fedpol perché sospettato di essere un reclutatore dello Stato Islamico. L’uomo lavorava da tempo per una società di vigilanza attiva in un centro per rifugiati in Canton Ticino, la Argo 1 SA di Cadenazzo, ditta di proprietà dell’ex marito di una celebre cantante italiana arrestato anch’egli con accuse molto gravi quali usura, atti di violenza e sequestro di persona.

Di lui si parla nell’ordinanza di custodia cautelare che ha messo fine alla “carriera di aspirante jihadista” di Abderrahim “Raim” Moutaharrik, kickboxer che si allenava in una palestra di Canobbio (Lugano), recentemente condannato dal Tribunale di Milano a 6 anni di carcere per «terrorismo internazionale e legami con lo Stato Islamico». Stessa condanna, ma a 5 anni di reclusione, è stata emessa anche per sua moglie Salma Bencharki, alla quale i giudici hanno anche sospeso la potestà genitoriale congiuntamente al marito nei confronti dei due figli in tenera età.

Nel frattempo, il quadro della vicenda ticinese appare sempre più inquietante visto che recentemente è emersa anche la storia di un 26enne di Molino Nuovo (Lugano), morto a Mosul, capitale irachena dello Stato Islamico, alla fine del 2015. Anche lui lavorava per la Argo 1 SA di Cadenazzo.

Nell’operazione svoltasi in Canton Ticino sono state perquisite moschee e diverse persone sono state interrogate. Anche in questo caso non si escludono altri arresti e nuovi sviluppi in particolare su altri giovani che potrebbero essere partiti dalla Svizzera e dal Canton Ticino per il “Siraq” negli ultimi anni.

Sono molte le domande alle quali il Ministero Pubblico della Confederazione dovrà rispondere in un clima non certo idilliaco viste le ultime polemiche sfociate in atti parlamentari – sia da destra che da sinistra – che accompagnano da qualche tempo l’operato di Michael Lauber, capo della Procura Federale.

Quante persone sarebbero implicate nella vicenda? Lo svizzero-turco Ümit Yuce aveva relazioni anche in altri Cantoni? Potrebbe essere riuscito a reclutare dei migranti, tenuto conto che il reclutamento nei centri per rifugiati è un modello utilizzato con successo in Germania e in altri Paesi europei?
Per la Svizzera divenuta negli ultimi anni un autentico paradiso per i predicatori dell’Islam radicale, grazie a leggi ultragarantiste e al vuoto legislativo al quale il Consiglio Federale non intende rimediare nonostante i continui allarmi, e dove spuntano di continuo lussuose moschee e centri islamici finanziati in maniera “opaca” da famiglie dei Paesi del Golfo e dal Ministero del culto turco Dyanet, si avvicina l’ora dei brividi.

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