AQUILONI E UOMINI DI PACE (Corriere del Ticino del 07.05.2018)

In un’epoca dove la modernità ogni giorno ci regala nuove sorprese non sempre positive, il ricorso ai vecchi proverbi può essere illuminante. Tra tutti «il miglior giudice è sempre il tempo» è quello che si adatta meglio alle ultime parole pronunciate dal presidente palestinese Abu Mazen. Costui è l’idolo delle sinistre antagoniste di tutta Europa (Svizzera e isole comprese) che da decenni lo sostengono.  È anche grazie a loro che Mazen affama il suo popolo mentre veste abiti di sartoria e vive alla grande come gli altri dirigenti palestinesi tutti specializzati nella sublime arte partenopea del «chiagnie e fotti»(piangi e fotti). La lista sarebbe lunghissima ma uno può bastare: Ismail Haniyeh, 51.enne nato nel campo profughi di Shaty, è stato scoperto dalla rivista egiziana «Rose al-Yusuf» dopo aver pagato 4 milioni di dollari per una «casetta» di 2.500 metri quadrati in riva al mare nell’area «trendy» di Gaza City. Per l’atto di compravendita ha utilizzato il marito di una delle sue figlie mentre il figlio, lo hanno pizzicato al valico di confine di Rafah (versante egiziano) con borse pieni di dollari. Milioni. Quante risate si farà l’eroe del popolo quando si sdraierà in giardino con una bella birra gelata alla faccia degli utili idioti (e moltissimi terroristi) che da settimane manifestano in maniera violenta vicino al confine con Israele nella cosidetta «marcia del ritorno»? Di sicuro tantissime. La stampa internazionale si è subito spesa in loro favore «dimenticandosi» i nomi dei terroristi di Hamas uccisi in battaglia contro l’esercito israeliano che attaccato ha reagito. Erano «pacifici manifestanti» sui quali l’esercito israeliano ha giocato «ad un ottimo tiro al bersaglio». Ma allora gli aquiloni con la svastica nazista lanciati in cielo «dai pacifici manifestanti»? La svastica è sparita, e «la marcia del ritorno», è diventata per magia «la marcia degli aquiloni». Così ci sono state raccontate le «primavere arabe», «la rivoluzione dei gelsomini» «gli ottimi tiri al bersaglio», «lo Stato islamico è stato sconfitto» «il Venezuela? Si sta benissimo» «le armi chimiche in Iraq» e migliaia di altre balle. La lista di coloro in malafede purtroppo si allunga e la cieca militanza partitica anche nel mondo dei media travolti dalla rivoluzione digitale, pare valere di più della nobile professione di reporter. Invece, coloro che mangiano «pane e veleno» con contorno di Corano nei campi profughi, (tragedia voluta dai loro stessi dirigenti) sono utilissimi per la attirare finanziamenti che arrivano da tutte le parti e utili a far scatenare la compassione internazionale. Così arrivano soldi che i poveracci dei campi non vedono nemmeno passare e che finiscono nelle tasche di capi e capetti palestinesi. Mai sentito parlare del tesoro di un certo Yasser Arafat? Lui si che era buono, talmente bravo che gli diedero persino un premio Nobel. Per tornare alla vil pecunia in Siria prima della guerra civile del 2011, la stima dei beni palestinesi depositati nelle banche di Assad era superiore ai 500 milioni di dollari. Che la nobilità del casato sia di alto lignaggio lo dimostrano non solo le residenze di lusso intestate ad amici e parenti, ma anche conti i bancari, titoli di borsa, supercar, vestiti, gioielli, orologi, qualche mignotta e gli edifici di rappresentanza. Pensate che Abu Mazen riceve gli ospiti in una piccola reggia costruita dalla «Palestine Real Estate Investment Public Company Limited Company»(www.prico.ps). Per decenza (forse) hanno pubblicato solo gli esterni del palazzone. Per tornare al presidente palestinese qualche giorno fa, ha gettato la maschera producendosi in una filippica antisemita come quelle che si leggono con facilità sul web oppure nei discorsi che fanno i nazisti molto, molto ubriachi. Ha detto: «Vi porterò tre ebrei, con tre libri, che dicono che l’odio verso gli ebrei non è causato della loro identità religiosa, ma dalle loro funzioni sociali. È un problema differente. Quindi la questione ebraica, che era diffusa in tutta Europa, non era diretta contro la loro religione, ma le loro mansioni sociali, legate all’usura, all’attività bancaria e simili». Siccome aveva tempo lo «statista»ha voluto dare anche un saggio delle sue conoscenze storiche: «Non esiste uno Stato ebraico ma un prodotto coloniale britannico». Poi si è avventurato anche sulla storia dell’Ebraismo e le origini stesse di Israele «frutto di una storia scritta da scrittori ebrei sionisti». Per chiudere l’esibizione in diretta televisiva, Abu Mazen ha affermato «che gli ebrei Askenaziti non hanno alcun rapporto con i popoli semiti». Ascoltandolo tutto impettito nel suo bel vestito di sartoria, non si può non pensare alle parole di Golda Meir quando scrisse:«La pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi».

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