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Recensione: “Il mondo dopo lo Stato Islamico” scenario per un nuovo 11 settembre? 30 Agosto 201

di Federica Bosco

Il silenzio è sempre segnale di cattivo presagio… è questo il messaggio che si legge tra le righe dell’ultima produzione di Paesi Edizioni “Il mondo dopo lo Stato Islamico” scritto a più mani da firme autorevoli che analizza lo stato attuale della guerra che da anni l’Isis sta portando avanti contro l’occidente. Se apparentemente sul campo il Califfato ha perso potenza con le sconfitte in Siria e in Iraq e sembrano lontani i giorni dei proclami contro gli infedeli in televisione e via web, in realtà questa calma apparente potrebbe nascondere un piano diabolico in fase di realizzazione. A sostenerlo sono in tanti come si legge proprio nelle pagine del volume che sarà presentato ufficialmente dall’associazione Dire Fare il prossimo 5 ottobre dalle 17 alle 20 presso Regione Lombardia. Stefano Piazza, giornalista di Libero, esperto di mondo islamico non ha dubbi al riguardo “L’apparente sparizione di Al Baghdadi (in molti lo danno nascosto in Pakistan) lascia presagire la preparazione di un colpo grosso, un attacco in grande stile che potrebbe colpire il mondo occidentale”. Una sorta di revival dell’11 settembre 2001, per intenderci, nel vecchio continente, con molte probabilità, che non permette all’occidente di abbassare la guardia.  Il generale dell’esercito Giuseppe Morabito coautore del volume ritiene che l’Europa e gli Usa debbano analizzare con attenzione l’esodo dei foreign fighters dal teatro siro- iracheno verso Turchia e Libia. “La trasformazione della guerra è evidente. Oggi l’Isis non ha apparentemente gli strumenti per realizzare attacchi orchestrati come accadde a Parigi nel novembre del 2015, eppure è vigile e attenta pronta a colpire in ogni angolo del globo perché i jihadisti sono ovunque” Dall’America fino all’estremo oriente, una contaminazione che non lascia presagire nulla di buono, mentre il medio oriente sembra una “maionese impazzita” scrive Morabito per inquadrare il palcoscenico che si estende dalla Turchia fino all’Iran passando per la Siria dove alleanze e interessi sono mutevoli e in continua evoluzione. Una riflessione merita anche il ruolo della Libia come racconta Michela Mercuri docente universitaria e coautrice del libro. La Libia porta dell’Africa potrebbe avere un ruolo decisivo nella partita come incubatrice di nuovi talenti del terrore, mentre tutto il continente africano potrebbe essere terreno fertile per una crescente radicalizzazione per due motivi – analizza la Mercuri – il territorio è ricco di materie prime spendibili al mercato nero e il fantasma di Al Baghdadi aleggia dalla Somalia fino all’Africa occidentale, silente ma efficace. Un ruolo fondamentale nello scacchiere del terrore è riservato al web – come si racconta nell’ultima parte del libro – dove si sta giocando la guerra virtuale e sulla rete  si creano alleanze, si fa propaganda e si adescano nuovi adepti. Un quadro dunque tutt’altro che sereno del “mondo dopo lo stato Islamico”, che deve fare i conti con 25 mila potenziali bombe umane disseminate da occidente ad oriente in attesa di un ipotetico attacco in grande stile, decisivo, che potrebbe cambiare il futuro della civiltà. Come fronteggiarlo? Gli autori provano a fare supposizioni ed elaborare teorie su quelli che potrebbero essere gli antidoti per estirpare il cancro che sta  divorando la civiltà occidentale.

30.08.2018

“Il mondo dopo lo Stato Islamico”, che racchiude contributi di vari autori, studia la riorganizzazione di una potenza terroristica solo apparentemente sconfitta. di MARCO PUGLIESE

Abu Bakr al Baghdadi, califfo dello stato islamico (Lapresse)

Is, Stato islamico, Isis sono le parole più digitate tra il 2015 e 2017 nei motori di ricerca, associate spesso a “terrorismo”. Nel 2018 il calo, l’Occidente di fatto ha sconfitto militarmente lo Stato islamico sul campo. I russi in Siria, gli Usa e gli europei in Iraq. L’Isis scompare gradualmente dalle cronache e sembrano lontanissimi i tempi dei video cruenti girati a Palmira o sulle coste libiche. Ma la sensazione di silenzio (a tratti assordante) che ha pervaso questo 2018 inquieta, perché pare una gigantesca vittoria di Pirro. Lo si evince dalle pagine del libro Il mondo dopo lo Stato Islamico (Paesi Edizioni, 2018) che descrive l’Isis come un’anaconda, a filo d’acqua, che apparentemente  non si vede e non si sente, ma che in realtà si prepara ad una controffensiva in pieno stile militare.

Le incubatrici di questo fenomeno sono molteplici, come descritto nel libro.  Per citare Giuseppe Morabito (generale dell’esercito e coautore), il Medio oriente rappresenta una “maionese impazzita”, con interessi ed alleanze (Turchia, Arabia Saudita ed Iran) spesso mutevoli e alla lunga pericolose quanto strampalate. Lo Stato islamico ha perso la battaglia con Mosca (e paesi occidentali) ma non ancora la guerra totale: sembra solo attraversare una fase. La guerra in Siria ed Iraq è stata lunga e combattuta pezzo per pezzo, estenuante quanto logorante; l’esatto contrario di operazioni come “Desert Storm”, ma ha pagato in termini di risultati militari. In questo momento infatti attacchi pianificati come quelli compiuti a Parigi (quindi basati su strategia militare) sono da escludere per mancanza di profondità d’organizzazione.

L’analisi di Stefano Piazza (giornalista e coautore) spezza però gli entusiasmi. Lo Stato islamico, ad oggi, può vantare circa 3 miliardi di capitale che permette al leader Al Baghdadi una clandestinità d’oro (in Pakistan?) e apparentemente silenziosa che però cela la preparazione di un “colpo grosso”, ovvero di un attacco in grande stile e spettacolare.

Una delle teste di ponte e base logistica di questi futuri attacchi è rappresentata dalla Libia. Secondo Michela Mercuri (coautrice, docente universitaria) la Libia potrebbe diventare incubatrice per combattenti di ritorno e base logistica per gruppi ora antagonisti all’Isis ma che potrebbero cambiare velocemente casacca. Il mix del dopo Stato islamico pare esplosivo e vede nell’Africa uno dei punti cardine. Il continente è ricco di materie prime, da subito spendibili e barattabili al mercato nero. Dalla Somalia all’Africa occidentale la radicalizzazione islamica appare sempre più forte e trasversale, una fascia di territorio assai radicalizzato, che sembra solo aspettare l’ordine generale. Al Baghdadi dal suo nascondiglio silenzioso muove i tentacoli dell’organizzazione con modalità discrete ma efficaci, in questa che pare più una vera e propria “fase due” che una sconfitta.

Anche il web è terreno di guerra. Il libro dedica un capitolo intero, a cura di Alessandro Trivilini (docente di tecnologie innovative, coautore), allo scontro virtuale, spiegando tecniche d’adescamento, propaganda, scambio d’informazioni.

Il futuro appare quindi colorato a tinte fosche. Questo libro analizza uno scenario fondamentale e poco raccontato, ma estremamente più pericoloso, ovvero quello silenzioso, della preparazione e della riorganizzazione. I media infatti si occupano del fatto eclatante, rumoroso, questo libro invece analizza l’esatto opposto. L’Occidente dovrà fare prima o poi i conti con questi 25mila (stimati) combattenti di ritorno, addestrati all’odio, non integrabili e violentissimi nel combattimento, e lo dovrà fare sul proprio suolo. Nel frattempo in Africa, Asia e Medio oriente si combatteranno altre battaglie in attesa di quella risolutiva che non s’esclude possa essere sul territorio europeo. Una marea d’odio che in questa fase pare tramare nell’ombra, o se preferite a pelo d’acqua, pronta ad utilizzare le proprie fauci verso di noi come una gigantesca anaconda

28.08.2018

Articolo di Andrea Morigi su Libero del 21 agosto 2018 

E’  proprio quando i terroristi rimangono silenziosi e appaiono quasi inoffensivi che bisogna preoccuparsi di più. Aspettano soltanto il momento buono per assestare ilcosiddetto « colpo grosso», spiega Stefano Piazza, collaboratore di questa testata, nel volume collettaneo Il mondo dopo lo Stato islamico, (Paesi edizioni, pp. 112, 10 euro). Il potenziale militare dello Stato Islamico è certamente indebolito, ma rimangono a loro disposizione risorse finanziarie ingenti e soprattutto, nonostante le sconfitte militari, il gruppo terrorista è in grado di schierare ancora un esercito che potrebbe contare fra i 20 e i 30mila combattenti in Siria e in Iraq, come ha rivelato un rapporto delle Nazioni Unite, secondo il quale i militanti sono equamente divisi tra i due Paesi e includono una «componente significativa» di combattenti stranieri. Non sono tornati tutti nei luoghi d’origine, se ci si limita a considerare gli europei. Molti sono morti. Ma chi è rimasto, può vantare un’esperienza sul campo di battaglia che lo rende ancora più pericoloso. La geografia del rischio, spiegano gli autori dei contributi riuniti nel volume, è quindi più estesa del «Siraq». Fra le aree più sensibili, osserva Michela Mercuri, vi è la Libia, definita «incubatore del nuovo orgoglio jihadista» e dove l’Onu stima la presenza di un numero variabile fra 3.000 e 4.000 combattenti dell’Isis. LA CRISI AFRICANA Nel frattempo, nell’Africa subsahariana, in Somalia e in Nigeria, sta crescendo l’islam radicale, spiega Marco Cochi. Dal 2015 una frazione degli Al Shabaab, nel Corno d’Africa, ha stretto un’alleanza con l’Isis, abbandonando così il resto dell’organizzazione, storicamente fedele ad Al Qaeda. Lo scenario, quindi, vede il moltiplicarsi delle sigle e delle strategie, rendendo così ancora più complicata l’azione di contrasto dei militari fedeli al governo legittimo della regione semi-autonoma del Puntland. Nel Paese più popoloso del Continente, la Nigeria, opera invece dal 2002 Boko Haram, a cui si deve la morte di almeno 20 mila persone, mentre oltre 2,6 milioni di residenti dell’area del lago Ciad si sono visti costretti ad abbandonare le proprie case per fuggire dalla guerra santa. Secondo il Fondo per l’infanzia delle Nazioni Unite (Unicef), a partire dal 2013, otre 1.000 minori sono stati sequestrati in Nigeria da parte del gruppo terroristico Boko Haram, tra cui le 276 ragazze rapite a Chibok nel 2014. Inoltre, almeno 2.295 insegnanti sono stati uccisi e più di 1.400 scuole sono state distrutte da Boko Haram nello stesso periodo. GLI AFFARI OLTREOCEANO In Sudamerica, invece, operano, in alleanza con i narcotrafficanti colombiani e con la complicità del Venezuela di Nicolás Maduro, quasi tutte le sigle del panorama jihadista, a partire dagli sciiti libanesi di Hezbollah fino ai palestinesi di Hamas, e il seme dell’odio si alimenta nei campi di coca, come ricostruisce Maria Zuppello. Non va dimenticato inoltre il sude-est asiatico, dove proliferano gruppi islamici radicali in Indonesia e in Malaysia, in Bangladesh e nelle Filippine. Quanto all’Afghanistan e al Pakistan, sono divenuti i luoghi dai quali i principali leader dello Stato islamico stanno operando e dove risulta un numero fra i 3.500 e 4.000 miliziani, in continuo aumento. È la regione dell’Afpak, nota Rocco Bellantone, che ha assunto sempre maggior rilievo da quando l’Isis ha perso il controllo della maggior parte del suo Califfato, soprattutto dopo essere stato cacciato nel 2017 da Mosul e Raqqa, le le due roccaforti del gruppo sunnita jihadista in Iraq e in Siria. Per quanto riguarda le forze presenti nello Yemen, l’Onu stima che l’Isis rappresenti una minoranza, con meno di 500 uomini, contro più di 6mila dell’altro grande gruppo jihadista, Al-Qaeda. Segno di una capacità di adeguarsi alle situazioni, senza perdere pericolosità.

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