Incognita Libia – Cronache di un Paese sospeso (dal Corriere del Ticino del 18.10.2017 )

È uscito nelle scorse settimane il saggio di Michela Mercuri ” Incognita Libia – Cronache di un Paese sospeso” (Franco Angeli editore) che ripercorre la drammatica storia libica fino a descriverne la progressiva dissoluzione.
Il volume con la prefazione di Sergio Romano ci porta, grazie al racconto lucido e disincantato dell’autrice, dentro tutte le contraddizioni della Libia, ovvero quel che resta di un Paese oggi controllato da milizie e bande criminali, un territorio immenso sprofondato nella violenza del tutti contro tutti e dove oggi forse, nella zona di Sabratha, potrebbe nascondersi il califfo al Baghdadi. Il libro, scritto con il rigore dello storico, pone molte questioni: si può ancora parlare di Libia intesa come realtà statuale? Come ha fatto l’islam radicale a fare breccia? Chi ci guadagnò dalla destabilizzazione arrivata con la morte di Gheddafi? E chi erano suoi amici prima e carnefici poi? Quali sono le strategie degli USA, della Russia ma anche dell’Europa per tentare di pacificare il Paese? Dividerlo in tre e darlo in mano alle tribù, o tentare di riunirlo sotto il controllo di qualche improbabile generale? Quali sono i rischi che corre l’Europa? Il grande merito del libro è dare risposte partendo dalla storia della Libia, una storia complessa e ricca di avvenimenti nei quali la parola tribù sostituisce sempre la parola Stato. Michela Mercuri ripercorre con lucidità i momenti più importanti raccontando i delicati passaggi che hanno marcato la storia libica e dove si affollano decine di personaggi contraddittori. Nella destabilizzazione del Paese c’è spazio per ogni sorta di attori, miliziani islamisti, bande di criminali, aspiranti dittatori, generali, inviati dell’ONU come Bernardino Leon, che invece di pacificare le parti giocava su più tavoli e oggi si gode il ricco stipendio di docente negli Emirati Arabi. Il saggio ci racconta di una Libia sospesa in un limbo dove il futuro ancora non c’è ed il presente si è come fermato il giorno che Nicolas Sarkozy e David Cameron, oggi messi a riposo dagli elettori, decisero anche loro di esportare la democrazia. Per farlo chiesero aiuto al gigante USA che in poche ore grazie alle tre terribili donne, Susan Rice (ex rappresentante all’ONU ed ex consigliere per la sicurezza nazionale), Samantha Power (idem) e Hillary Clinton (ex segretario di Stato dal 2009 al 2013) passarono in una notte dal «noi non interverremo in Libia» all’attacco militare del «noi non permetteremo che vengano massacrati i cittadini che protestano contro Gheddafi». Inutile dire che il bottino di guerra erano petrolio e gas, altro che i poverini della Cirenaica, Tripolitania o Fezzan stanchi del raís. Un tragico errore che segnerà in negativo l’era del presidente americano Barack Obama, il quale in politica estera mostrò limiti ed errori tattici di ogni tipo. Michela Mercuri mette il lettore al tavolo del poker globale dove si gioca al buio, i giocatori sono mascherati e le carte truccate. Un gioco pericoloso che ha portato la Libia ad essere un Paese in crisi economica, terreno ideale per bande di criminali che si arricchiscono con il commercio di poveri disperati messi sui barconi diretti in Europa e le bandiere nere dei soldati di Allah. Ripercorrendo la storia del Paese, il saggio affronta un tema poche volte analizzato ovvero il ruolo che la Libia delle tribù gioca con i suoi vicini di casa; uno su tutti l’Egitto, passato attraverso le forche caudine della cosiddetta primavera araba e oggi alla ricerca di nuova legittimazione nell’area.

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