La Guerra dei Virus (Panorama 12.02.2020)

di Stefano Piazza – Luciano Tirinnanzi

Il precedente risale al 5 luglio 2019. Quella mattina la polizia irrompe dentro il National Microbiology Lab di Winnipeg canadese, protetto dal livello 4 di sicurezza per gli studi sull’Ebola, il virus che ha ucciso oltre 11 mila persone in Africa occidentale tra il 2014 e il 2016. Gli agenti cercano una coppia di biologi cinesi Xiangguo Qiu e suo marito Keding Cheng. Nei laboratori trovano la donna e alcuni studenti cinesi, li fermano e li mettono sul primo aereo per Pechino. Perché? All’emittente Cnbc le autorità parleranno di «problemi amministrativi e violazioni della policy del laboratorio». Quali violazioni? Nessuno lo sa. Ma qualcosa è trapelato: i coniugi che studiavano gli agenti patogeni più letali avevano rapporti con varie strutture accademiche cinesi, specie con il Wuhan National Biosafety Laboratory che fa parte dell’Accademia delle Scienze cinese, quindi emanazione del governo. Poco dopo la stampa ha ipotizzato il vero motivo dell’espulsione: dal laboratorio americano sono spariti materiali delicatissimi inviati in Cina. Spionaggio e sabotaggi sulla guerra dei virus…

Sono almeno 20 i Paesi del mondo che oggi dispongono o stanno acquisendo armi chimiche a scopo di offesa, mentre sarebbero meno di 10 quelli sospettati di detenere o essere interessati ad acquisire programmi militari di armi biologiche, cinque dei quali in stadio avanzato. Una premessa: tra armi chimiche e batteriologiche, le seconde sono molto più pericolose. Lo spiega il generale Giuseppe Morabito, membro del Direttorato della Nato Defence College Foundation: «Quelle batteriologiche sono armi più infide, possono viaggiare ovunque senza alcuna possibilità di controllo sulla loro diffusione. L’arma batteriologica inoltre è di difficile fabbricazione, e ancora più difficile da trasportare e utilizzare. Si altera in breve tempo, anche per piccoli sbalzi di temperatura: bisogna saper proteggere la sostanza e chi la trasporta, e non è facile».

Aggiunge la dottoressa in medicina molecolare Irene Lepori, che lavora presso il Cnr di Pisa: «È come paragonare l’avvelenamento dell’acqua a un bombardamento. La prima è più subdola e non sai dove farà danno. La seconda, per quanto terribile, sai chi l’ha lanciata e dove. Un’arma chimica è limitata nel tempo e nello spazio, quella biologica è imprevedibile nella diffusione: il veicolo può essere l’aria, l’acqua, lo stesso corpo umano. Vedi il contagio da coronavirus. O la peste: se si diffondesse oggi potrebbe fare migliaia di vittime prima di capire di cosa si tratta». Proprio per questo, il loro uso a scopo militare non si è mai verificato. Alle armi chimiche, invece, si è fatto ricorso fin dalla notte dei tempi. Il vero salto avvenne però con la prima guerra mondiale, quando la Germania impiegò il cloro per soffocare le truppe francesi, che ricambiarono il trattamento. Risultato: oltre 100 mila morti asfissiati e un milione di soldati con danni fisici e neurologici permanenti. Il Protocollo di Ginevra del 1925 ne proibì la proliferazione, ma inutilmente: l’Italia fascista ne fece uso in Eritrea, i tedeschi nei campi di concentramento, gli americani in Vietnam, gli iracheni contro i curdi.

Bandite dalla comunità internazionale nel 1997 grazie a una Convenzione delle Nazioni Unite cui hanno aderito 193 Stati, oggi le armi chimiche restano ufficialmente in possesso di almeno nove Paesi: Albania, India, Iran, Libia, Corea del Nord, Russia, Siria e Stati Uniti (Israele ha firmato ma non ratificato la Convenzione). Dopo di allora, è noto che la Russia si è servita del polonio radioattivo è il solo Paese al mondo a disporne), responsabile silenzioso di omicidi politici, come quello dell’ex agente del Kgb Alexander Litvinenko: bevve tè e fu avvelenato in un pub di Londra nel novembre 2006. Mentre la Siria ha usato il gas Sarin almeno una volta, durante la guerra civile: nell’attacco dell’agosto 2013 contro la popolazione di Gouta, un sobborgo di Damasco. Delle armi biologiche e batteriologiche, invece, non vi è alcuna notizia certa. L’argomento è così tabù che nessun esponente di governo contattato da Panorama si è detto disposto a commentare o anche solo ammettere di possedere nei laboratori agenti infettivi o tossici.  Una sola fonte ha accettato di parlare, dietro anonimato: appartiene a un reparto dell’intelligence atlantica specializzato in guerre non convenzionali, ed è persona abituata da decenni ad attraversare l’oceano per gestire situazioni di sicurezza internazionale. L’abbiamo intercettata in Europa, di ritorno da un briefing sul coronavirus. Quando gli nominiamo il Bacillus anthracis (l’antrace), la tossina botulinica, la Variola major (il vaiolo), la Francisella tularensis (tularemia, una zoonosi), l’Ebolavirus, la Yersinia pestis (peste), il Marburg virus oppure l’aflatossina ci guarda negli occhi e sorride. Sono alcune delle armi biologiche più letali in circolazione. «I Paesi che hanno programmi e laboratori attrezzati per condurre guerre batteriologiche? Sono molti, non tutti di prima grandezza. Sicuramente Taiwan, Canada, Cina, Cuba, Francia, Germana, Iran, Iraq, Israele, Giappone, Libia, Corea del Nord, Russia, Sudafrica, Siria, Gran Bretagna e, ovviamente, gli Stati Uniti. Si tratta di programmi super segreti, nessuno vi mostrerà mai documenti in proposito. Tantomeno io». Quando gli chiediamo dove sia possibile cercare informazioni credibili, risponde tra il sardonico e il minaccioso: «Andate pure, ma prima salutate le vostre famiglie. Non si sa mai».  Ma che cosa producono questi laboratori? Qualche notizia è trapeltata dal Vector, il centro russo di ricerca statale per la virologia e la biotecnologia di Koltsovo, nella regione di Novosibirsk, Siberia. Qui si facevano ricerche per le armi biologiche all’epoca dell’Unione Sovietica: è tornato alla ribalta nel settembre 2019 per un incendio nel laboratorio, che ha messo a rischio una delle due ultime riserve ufficiali del virus del vaiolo nel mondo. Qui sono custoditi anche i virus di Ebola, di Marburg, dell’Hiv, dell’influenza aviaria e suina (nel 2004 qui morì una scienziata dopo essersi punta con una siringa che conteneva l’Ebolavirus e da allora ogni informazione è top secret). Di pari importanza sono gli inaccesibili Cdc, Centers for disease control di Atlanta, i cui labratori hanno il protocollo di biosicurezza più alto, il «livello BSL-4», destinato ad agenti pericolosi con elevati rischi di trasmettere  infezioni in laboratorio per via aerea (il primo laboratorio BSL-4 in Giappone è stato costruito nel 1981). È, per dire, il protocollo del laboratorio di Wuhan che lavora sul coronavirus che viene dalla Cina. Secondo Nature, anche se BSL-4 è il massimo livello di biocontenimento, «queste strutture sono spesso controverse». Già nel 2007 alcuni scienziati di Wuhan temevano che gli agenti patogeni potessero «fuoriuscire dall’impianto, aggiungendo una dimensione biologica alle tensioni geopolitiche tra Cina e altre nazioni».   Le armi biologiche e batteriologiche, se pur studiate anche a fini militari, sono trattate dagli Stati al pari di quelle nucleari: da usare solo in caso di «soluzione finale». Ed è chiaro che persino i più abili terroristi, a oggi, non sono in grado di maneggiarle. Mentre le armi chimiche restano una realtà a disposizione non solo degli eserciti ma anche del terrorismo odierno: prove ne sono l’attacco col gas Sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995 e gli scambi di mortai addizionati nella guerra siro-irachena. Ma al peggio, si sa, non c’è mai fine.

@riprooduzione riservata

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