Muhammad Bin Salman scaricato dagli Stati Uniti? (MDD 07.03.2021)

Dopo che lo scorso 25 febbraio la nuova Amministrazione americana ha diffuso un rapporto dell’intelligence che indica il principe ereditario dell’Arabia Saudita Muhammad bin Salman come responsabile dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, il Regno saudita si trova nuovamente a dover affrontare una nuova tempesta mediatica che avrà pesanti ripercussioni interne ma soprattutto internazionali.

Il nemico numero uno 

Come è noto il 60enne giornalista saudita scomparve il 2 ottobre 2018, all’interno del Consolato saudita di Istanbul dove si era recato per ottenere alcuni documenti utili al matrimonio con la cittadina turca Hatice Cengiz incontrata ad un convegno cinque mesi prima. Se del suo corpo non è mai stata trovata alcuna traccia, non ci sono dubbi sull’operazione – a dir poco scellerata – ordita in Arabia Saudita contro Khashoggi che dalle colonne del Washington Post era diventato il nemico numero uno dell’erede al trono saudita Muhammad bin Salman (MBS). A due anni di distanza nessuno sa cosa sia successo davvero all’interno del Consolato saudita di Istanbul se non che Jamal Khashoggi ci entrò nella tarda mattinata del 2 ottobre 2018 per uscirne cadavere dopo essere stato picchiato e infine torturato a morte dagli uomini presenti su due aerei di proprietà del fondo sovrano di Riad presieduto dal principe ereditario MBS. Tra loro c’era certamente il colonnello saudita Maher Mutreb, ufficiale dell’intelligence saudita, non certo estraneo a numerosi casi di tortura a Riad, e altri uomini dei quali non si sa nulla a parte che lo scorso 7 settembre un tribunale saudita ha condannato otto agenti dei servizi segreti (rimasti senza nome), a pene dai 7 ai 20 anni di reclusione al termine di un lungo e opaco processo nel quale la responsabilità della morte di Khashoggi è stata attribuita “ ai servizi segreti deviati che hanno agito per vendetta all’insaputa della corona”.

Il report del Pentagono

 Per tornare al report del Pentagono, aldilà della narrazione fatta dalla stampa, il documento non ha aggiunto alcun elemento nuovo rispetto a quanto già noto sul ruolo di MBS che secondo il Pentagono “ approvò l’operazione condotta a Istanbul, in Turchia, il 2 ottobre 2018, al fine di catturare o uccidere” – ed ancora – “Il principe ereditario vedeva Khashoggi come una minaccia per il Regno e appoggiava ampiamente l’uso della violenza se necessario per zittirlo”. Nel report di sole quattro pagine si fanno i nomi di alcune persone che avrebbero avuto un ruolo nella vicenda, vedi il vice-capo dell’intelligence Ahmed Asiri già sospettato e poi prosciolto “per mancanza di prove” di aver ordinato il rimpatrio di Khashoggi, il medico forense Salah Mohammad Tubaigy che si sarebbe occupato dello smembramento del corpo, Mustafa Al Madani che sarebbe colui che avrebbe indossato i vestiti di Jamal Khashoggi così da dimostrare che il giornalista era uscito dal Consolato, e lo stesso Console Mohammad Al-Utaybah che ordinò al personale non saudita di restare a casa il 2 ottobre 2018. Nel rapporto non c’altro; quindi, nemmeno la CIA è riuscita a sapere “in quale momento si sia deciso di fargli del male” ma quel che è certo è che la sua pubblicazione è un chiaro messaggio all’85enne Salman, Re dell’Arabia Saudita, ma soprattutto all’erede al trono MBS con il quale la nuova amministrazione non vuole avere a che fare, a differenza della precedente con la quale i rapporti sono stati di grande collaborazione. Gli uomini arrivati quella mattina in Turchia volevano ucciderlo o gli ordini ricevuti erano quelli di terrorizzarlo torturandolo? Impossibile stabilirlo ma di certo l’operazione era stata pianificata da molto tempo.

MBS nega di essere il mandante

 L’erede al trono, che ha sempre negato di essere stato il mandante dell’omicidio, ha ammesso genericamente la responsabilità “come leader del Paese”, sperava che il tempo facesse dimenticare la vicenda ma così non è stato anche perché alla Casa Bianca nel frattempo è cambiato l’inquilino. Ora il Regno saudita e gli alleati (su tutti gli Emirati Arabi Uniti) dovranno necessariamente provare a diversificare le loro alleanze con altre potenze mondiali in risposta al rapporto e alla pressione degli Stati Uniti sull’annosa questione dei diritti umani. Non sarà semplicissimo separarsi visto che gli Usa sono il pilastro della loro difesa e ambizione di egemonia regionale ma è chiaro che la pubblicazione del report segna un punto di non ritorno, così come Joe Biden ha detto telefonicamente a Re Salman la sera prima della pubblicazione del rapporto.

Uno sguardo verso Cina e Russia

Ora padre e figlio guarderanno certamente a Cina e Russia che cercheranno senza dubbio di sfruttare le opportunità create dalla ricalibrazione di Washington delle relazioni con Riad con la vendita di armi, nonché con l’aumento del commercio e degli investimenti; tuttavia, potrebbero scoprire che fare affidamento su queste forze potrebbe rivelarsi decisamente più rischioso delle  insidie nascoste nei legami del Regno con gli Stati Uniti. Sull’intera questione pesano certamente due questioni non certo di poco conto: Israele che non sembra affatto essere una priorità per Joe Biden e l’Iran con il quale la nuova amministrazione vuole dialogare come fece Barack Obama, nonostante gli ayatollah finanzino il terrorismo globale e gli attacchi contro lo Stato ebraico. Sullo sfondo però c’è la vera questione rappresentata dall’accordo sul nucleare del 2015 dal quale gli USA con Donald Trump uscirono l’8 maggio 2018 che Biden vorrebbe di nuovo sottoscrivere. Un’eventualità questa avversata dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi Uniti e da Israele, determinati a sventare un ritorno degli Stati Uniti all’accordo, anche se gli Stati del Golfo e Gerusalemme condividono gli obiettivi degli Stati Uniti che includono non solo la limitazione delle capacità nucleari dell’Iran, ma anche la limitazione del suo programma di missili balistici e la fine del sostegno ad attori non statali come Hezbollah in Libano, le milizie irachene e gli Houthi nello Yemen.

Secondo Luciano Tirinnanzi, giornalista e analista geopolitico: “ Gli Stati Uniti non hanno affatto abbandonato la linea strategica di riposizionamento in Medio Oriente, dove il perno era e resta l’Arabia Saudita della famiglia Al Saud. I sauditi sono un ottimo cliente, fedeli per necessità, ricchi per destino e disposti a spendere e ad affratellarsi anche a Israele per non restare isolati in un quadrante che li vede sempre più minacciati da nemici che, anche demograficamente, minacciano la loro stabilità. Certo, il passo falso del Principe ereditario MBS nello Yemen, dove aveva promesso una guerra rapida e vittoriosa, è stato un boomerang e ha minato la fiducia cieca riposta in lui da quanti lo dipingevano anzitempo come il riformatore. Le nuove generazioni saudite danno ancora molto credito a MBS, se non altro per le prime libertà concesse loro da decenni, mentre le vecchie generazioni guardano con diffidenza e scarsa fiducia al progetto di rinascita Saudi Vision 2030. Ma la strada è segnata e tanto Riad quanto Washington restano legati a doppio filo. Per questo, Biden – costretto a fare i conti con l’opinione pubblica americana scandalizzata dal brutale omicidio Khashoggi – ha semplicemente usato un giro di parole nel nome del politicamente corretto, per rassicurare i benpensanti asserendo che d’ora in avanti fornirà soltanto armi ‘a scopo difensivo’ e non più offensivo all’Arabia Saudita. Vai a capire poi se un cacciabombardiere è un mezzo da ascrivere alla difesa dello Stato o meno. Sofismi, furberie, regole piegate alla necessità sono il sale della politica estera e delle ipocrisie che governano le strategie geopolitiche di Washington da sempre. Dunque, in conclusione, nessun cambio di rotta. La politica americana è e rimane dov’è sempre stata: nell’alveo del miglior offerente e della convenienza strategica. Ma sempre al fianco dei sunniti. Del resto, le basi americane in Medio Oriente sono presenti in tutti i Paesi sunniti che fanno riferimento a Riad: Giordania, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Oman e la stessa Arabia Saudita. Ne consegue che non c’è all’orizzonte alcun reset o reimpostazione della politica estera regionale”. Insomma, prima di tutto tra americani e sauditi contano gli affari.

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